«Il posto della preghiera». Pensieri sparsi sulla preghiera nella vita del cristiano.

Pensieri sparsi sulla preghiera nella vita del cristiano, proposto ai giovani della Comunità Pastorale Germanedo-Belledo-Caleotto di Lecco



Punto di partenza

C’è una sezione del Vangelo di Matteo che illumina il tema della preghiera in rapporto alla vita del discepolo di Gesù.

Si tratta del discorso della montagna che copre i tre capitoli (5-7) immediatamente seguenti l’avvio dell’attività pubblica di Gesù.

Con parole e opere ha già iniziato a spiegare e a rendere evidente il messaggio fondamentale: «Il Regno dei cieli è vicino». Sono gesti e discorsi che raccontano il Regno come un principio di salvezza per Israele, che invitano a riconoscerlo presente e a diventarne collaboratori.

Il Vangelo del Regno è la buona notizia della prossimità di una forza agente nella storia nella direzione della armonia, della bellezza, della giustizia, della realizzazione umana, della consolazione, della misericordia, della riconciliazione, della felicità piena. È l’invito a prendere consapevolezza che Dio opera comunque per la vita, senza misura.

Per quanto sia un’ottima notizia, alcuni stortano il naso, altri sono tiepidi, altri guardano con entusiasmo il suo operare.

A questi, che hanno accolto l’annuncio del Regno, rivolge il discorso della montagna. Si tratta di una lunga sequenza di indicazioni, raccomandazioni, insegnamenti tutti di carattere etico: cosa fare o non fare riguardo a preghiera, digiuno, rispetto della Legge, ricchezza, giudizio, affanni della vita, elemosina, discordie…

Potremmo dire che Gesù stende, in forma di comandamenti, un ritratto del discepolo del Regno. Alla domanda: come vive chi accoglie il Vangelo del Regno? Il discorso della montagna risponde ampiamente. Non dicendo chi c’è nel Regno di Dio, bensì come è chi entra nel Regno, come cambia la vita di chi si converte ad esso, quali caratteri può e deve assumere l’umanità di chi lo cerca.

È un discorso molto pratico, ampio e dettagliato che va a toccare tanti aspetti concreti della vita dei discepoli. Il Vangelo del Regno ha un luogo preciso in cui collocarsi: il quotidiano, ordinario e feriale dell’esistenza. Lì va cercato, accolto, vissuto. Lì si rivela e mostra la sua forza vivificante.

Al cuore di un discorso del genere ci si aspetterebbe il comandamento più importante. Invece, esattamente al centro, Matteo non pone un precetto, bensì una preghiera, il Padre nostro. Attenzione: non l’invito a pregare o la descrizione dei giusti atteggiamenti, semplicemente una preghiera.



La questione.

Cosa significa mettere al centro di una raccolta simile, e dunque al centro della vita del discepolo, una preghiera? Vuol dire mettere al centro formule e riti? Evidenziare l’importanza del culto? Affermare la precedenza della dimensione contemplativa su quella attiva?

Per non ridurle a domande retoriche liquidandole rapidamente, è bene rifarsi al terreno in cui il Padre nostro mette radici.

In ambito biblico la preghiera è anzitutto ascolto. Dio, pone in essere l’uomo, lo interpella, lo chiama, lo coinvolge, lo orienta, lo sollecita, lo consiglia. Sua la prima parola, Sua l’iniziativa, Sua la proposta di una comunione d’amore. Lui si avvicina perché l’uomo Lo accolga, rispondendogli in libertà.

All’uomo è lasciato lo spazio della replica al farsi prossimo di Dio, una replica che non può che caratterizzarsi anzitutto come ospitalità, per poi divenire, in un secondo momento, un profondo dialogo amoroso.

L’ascolto di questa parola da Dio a noi è la preghiera autentica: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,9); questo è il primo atto della preghiera che noi purtroppo siamo costantemente tentati di capovolgere in: «ascolta, Signore, perché il tuo servo parla».

La preghiera in senso biblico – che certamente anche Gesù aveva in mente – è frutto dell’iniziativa di Dio, anzi, si potrebbe dire che essa è opera Sua a tutti gli effetti. Perciò pregare è, prima di ogni altra cosa, porsi in ascolto, in silenziosa ammirazione della voce di Dio che ci raggiunge, in umile apertura del Suo farsi presente.

Chi si mette in atteggiamento orante si dispone, perciò, allo stabilirsi e all’accadere di una vera e propria relazione, che è anzitutto volontà del Signore.

Dove non è ben chiaro il primato dell’ascolto di Dio, la preghiera tende a diventare un’attività umana ed è costretta nutrirsi di atti e formule, in cui si cerca la propria soddisfazione e assicurazione. Oppure si trasforma in una disciplina di concentrazione che forse elimina le distrazioni, ma non apre realmente alla presenza di Dio che parla e chiama, che parla perché ama. Nulla a che vedere con una relazione.

La comunione con il Padre è la sostanza della Preghiera. Chi cerca la relazione, prega. Non è detto che chi prega cerchi la relazione.

Mettere al centro del discorso della montagna il Padre nostro significa affermare che il cuore della vita del discepolo non è tanto una «azione» quanto una «relazione». Non una semplice «interazione», una vera e propria «relazione», con tutto l’effetto trasformante, anzi «trasfigurante», tipico di ogni relazione con i suoi caratteri di libertà, gratuità, reciprocità.

Lo scheletro della vita del discepolo appare perciò relazione con il Padre. Non l’adempimento dei precetti, non la purezza dell’animo, non la quantità di buone opere, non l’eroismo dell’ascesi, non la perfezione dei riti. Bensì la relazione con il Padre.

Così i precetti etici del discorso della montagna assumono una luce differente: non sono i comandamenti per andare in Paradiso. Sono gli effetti collaterali del «fare l’amore con il Padre». E allo stesso tempo, l’impegno a praticarli – perché esiste una dimensione di lotta nell’essere fedeli alla relazione… – è la condizione perché quell’amore prenda concretezza nella vita. Non amo Dio se non nei fratelli; non amo i fratelli se non sono in comunione con Dio.

Entrando nel contenuto del Padre nostro, comprendiamo il «chi, cosa, dove, come quando» di quella relazione. La preghiera di Gesù, infatti, non è un “bigino” del buon orante, è la testimonianza diretta di chi era Lui in rapporto col Padre.

È la preghiera di chi ha ascoltato la voce del Padre dire: «Io do la vita come un Padre misericordioso e fedele. Realizzo tutto ciò che hai intorno come cosa buona e giusta, in modo totalmente gratuito. Tu che fai? Mi dai una mano? Se vuoi, accadrà in te una vita fatta così (=precetti) e dovrai lottare per una vita così, insieme a me».

È la preghiera di chi riconosce una sovranità potente che ha la forma di una paternità. Una forza che è bene tutti riconoscano per la sua bellezza, per la sua ricchezza, per la sua positività. Un’energia che va desiderata e accolta con favore, dunque che non può che essere promettente, portatrice di bene, di salvezza, di speranza. Una potenza viva, vitale, vivificante come una volontà con la quale integrarsi e dalla quale farsi impregnare. Un volto generoso e misericordioso, che esattamente in ciò manifesta la sua giustizia della quale si è chiamati a partecipare e con la quale si è invitati a collaborare. Un principio di bene assoluto che difende e libera dal male.

Non occorre essere cristiani per dire le preghiere, dunque, ma non si può essere cristiani senza la preghiera.



In sintesi e in pratica.

Riassumendo la questione della preghiera: essa, rapporto di comunione profonda col Padre che nasce dall’accoglienza del Suo farsi vicino, è lo scheletro del discepolo. Senza di essa il cristiano non ha consistenza.

Ne possiamo delineare in modo sintetico: il contesto, un atteggiamento essenziale, la sostanza, una condizione necessaria, l’esito da attendersi.

1. Un contesto: la vita .

Il contesto ricco di precetti pratici qual è il discorso della montagna, ma anche il contenuto stesso delle richieste del Padre nostro ce lo dicono chiaramente: non esiste una preghiera campata per aria e pregare non è affatto un processo di distacco dal quotidiano, piuttosto il contrario.

Situazioni, impegni, responsabilità, relazioni, gioie, dolori, nascite, lutti, successi, sconfitte, lavoro, riposo, decisioni, discernimenti, tentazioni… Questo è l’humus autentico della preghiera, soprattutto per il fatto che l‘ordinario della nostra esistenza è il luogo principe dell’incontro con il Padre e dell’ascolto della Sua presenza.

È lì, infatti, che sentiamo spesso la spinta ad “alzare lo sguardo al cielo”, soprattutto quando la portata, positiva o negativa, di ciò che viviamo ci ricorda severamente il nostro limite umano e la sua attesa di un compimento.

2. Un atteggiamento essenziale: l’ascolto .

Ne abbiamo già abbondantemente sottolineata l’importanza. È bene però qui ricordare che l’ascolto è una vera e propria disciplina, se non una ascesi. Per quanto possa sembrare semplice, esso richiede molto esercizio, tempo, pazienza per essere maturato come atteggiamento stabile.

Domanda la fatica dell’uscire da se stessi, dai propri schemi, pregiudizi, egoismi, chiusure, resistenze per andare verso l’altro. Non è infatti un atteggiamento meramente passivo, bensì fortemente attivo di proiezione nei confronti di colui che domanda ascolto.

Non va pensato anzitutto come l’impegno a produrre silenzio interiore nel momento della preghiera personale, piuttosto come una disposizione interiore all’incontro con Dio che avviene in ogni istante.

3. La sostanza: comunione d’amore con il Padre .

Non conta, alla fine, il modo con cui ciò tale relazione si stabilisce, per quanto esistano delle vie privilegiate che la tradizione ci consegna con abbondanza. Conta che avvenga quell’incontro intimo e profondo.

Attenzione: una «relazione» non consiste principalmente nelle reazioni emotive o psichiche che la accompagnano, e ancor meno nelle sensazioni epidermiche, per quanto abbiano la loro importanza. Il legame d’affetto tra due amici sussiste a tutti gli effetti, nella sua ricchezza e bellezza, anche quando tutte quelle percezioni sono sospese o negative. C’è la volontà, la comunione dei valori, la fedeltà, la memoria, etc…

Perciò la comunione con Dio non dipende dal grado di “temperatura spirituale” che avverto o dalla quantità di “farfalle nella pancia” che provo.

4. La condizione: coinvolgimento e affidamento .

Ci si deve consegnare, desiderando di divenire corresponsabili della Sua opera. Viceversa si tratta di tutto fuorché di preghiera autentica. Con tutto ciò che la corresponsabilità comporta, in primis la cura assidua, sincera, in pura dedizione dei fratelli. Tutti i fratelli, compresi quelli che Lo rigettano come Padre.

E, di conseguenza, l’impegno serio a servire la Vita, nel suo darsi più pieno, ricco, bello, giusto e buono, in ogni occasione opportuna o non opportuna. Perché, o l’affidamento è concreto e pratico, o non è.

5. L’esito: la somiglianza con Gesù .

Quando si prega davvero ci si trasfigura e, inequivocabilmente, appaiono nella nostra umanità i tratti limpidi del Figlio. Se non emergono, non è un problema di impegno nella pratica dei comandamenti, bensì – quasi – sempre una ragione di preghiera inautentica.



Occhio ai fake.

Possiamo, in conclusione, smascherare qualche bufala attorno alla preghiera e alcuni “falsi d’autore”. Mi limito ad accennarli. D’altronde sono solo le logiche conclusioni rispetto alle riflessioni sviluppate fin qui.

Non si prega per ottenere da Dio quel che si vuole, ma per imparare a comprendere, volere e realizzare quel che Dio vuole.
Non significa che non si debba chiedere, bensì che l’affidamento – non l’ottenimento – è il nucleo della preghiera.

Non si prega mai da soli, anche quando si è da soli.
La preghiera deve essere affollata. Di amici, certo, ma soprattutto di “nemici”. Come posso vedere il volto del Padre senza i fratelli?

Non si prega in astratto ma immersi nella vita e nel mondo.
La stanza segreta in cui chiudersi per incontrare il Padre non è una cella di isolamento. Se la si svuota del mondo si lascia fuori Dio.

Non si prega quando si ha voglia, ma sempre.
Ovvio, come ogni relazione autentica.

Non si prega per “provare qualcosa”, ma per amare Qualcuno.
Ovvio, come ogni relazione che abbia superato l’adolescenza.

Non si prega per “ricaricare le batterie”, ma per riconoscere da chi viene l’energia.
Perché la vita cristiana non è una gara di culturismo religioso, ma l’esperienza di essere amati nel poco che siamo.

Non si prega senza fatica, ma nemmeno per far fatica.
Ogni relazione è una lotta. Ma mica si costruiscono relazioni per lottare.

Non si prega per adempiere a un rito, ma per esprimere l’affetto.
D’altronde quando si fa un presente a una persona amata solo per adempiere un rito, si è forse fatto un vero dono?

Non si prega ripetendo formule, si formulano preghiere.
O parla il cuore, anche usando le formule, o è meglio limitarsi a qualche sospiro. Come gli amanti.

Non si prega per non essere puniti, ma perché si crede alla Misericordia.
La paura è il primo indice del fatto che ci si rivolge a un idolo, non al Padre.

Non si prega per avere pace interiore e serenità, ma per fare la pace.
Basta un corso di yoga per la pace interiore. Ma «beati» sono solo gli operatori di pace.

Non si può pregare contro qualcuno, perché Dio non vede nessun uomo come proprio nemico.
Sì, davvero. Nessuno è da Lui guardato come un nemico. Pregare che colpisca qualcuno è una bestemmia imperdonabile.

Non si prega per dire qualcosa, anzi, meglio tacere il più delle volte.
Punto.

About the author

Originario di Lecco dove nasce nel 1972. Prete della Diocesi di Milano dal 2005. Attualmente Rettore del Collegio Arcivescovile A. Volta di Lecco.

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