Il Vangelo del Regno: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi» (Mt 11, 16–30)

Lectio su Mt 11, 16–30 proposta a un gruppo di giovani coppie di Lecco. È la quarta di un ciclo sul Vangelo di Mt dal titolo «Il Vangelo del Regno». Le prime tre lectio del percorso si possono trovare a questi link: Il Vangelo del Regno: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino» (Mt 9, 36 – 10, 15)  –  Il Vangelo del Regno: «Sono venuto per i peccatori» (Mt 9, 1-13)  –  «Scontenti e incontinenti» – Le Beatitudini



A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È’ venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie”.

Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!”.

In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita . Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.


Ascolta il commento:


Il contesto del brano

Anche il cap. 11 è costruito da Mt come un discorso di Gesù alle folle. Non è considerato tra i grandi discorsi che costituiscono l’ossatura dello scritto di Mt, forse perché il tema non è omogeneo e nel suo complesso resta meno definito.

Queste parole di Gesù al popolo costituiscono un ultimo appello. L’annuncio del Regno sembra trovare resistenza in Israele che, dopo aver rifiutato il Battista non riconoscendolo come «l’Elia che deve venire», resiste anche alle parole e alle opere di Gesù.

Pur continuando mantenere l’invito aperto a tutto il popolo, Gesù prende atto del fallimento e nei capitoli seguenti si “ritira” da Israele, sul quale c’è un giudizio pendente, frutto delle sue decisioni ed esito della sua resistenza.

Al popolo e al suo atteggiamento si oppongono Giovanni il Battista con i suoi discepoli. Le sue domande e l’accoglienza della risposta di Gesù portata dai discepoli non vanno lette come espressione del dubbio – in Mt non c’è traccia di preoccupazione a riguardo e la figura di Giovanni è fortemente cristianizzata nel suo testo – bensì come il giusto atteggiamento con cui rivolgersi a Cristo: apertura, dialogo, domande di chiarimento del suo operato, coinvolgimento personale.

La risposta di Gesù indica cosa Mt considera come il cuore dell’esperienza di chi ascolta l’annuncio del Regno: non conta tanto avere una corretta e puntuale conoscenza di Gesù, quanto piuttosto essere aperti alle esperienze di salvezza cui si è invitati.

Queste esperienze hanno la pretesa di spingere a decidere pro o contro Gesù. È quel che è capitato nei capp. 8-9 con le guarigioni e in 10 con la missione.

Il tema è dunque: Israele deve dare una risposta. La risposta non può e non deve essere teorica e formale, ma avere la forma di un coinvolgimento diretto nella storia e nella esperienza di Gesù.

Questa e solo questa è per Mt la vera conoscenza di Cristo: una partecipazione integrale alla Sua storia.

Nel Battista e nel popolo di Israele Mt mostra i due possibili esiti.



«A chi posso paragonare questa generazione?» – Mt 11, 16-19

L’inizio del brano è segnato da un repentino e marcato cambio di umore da parte di Gesù rispetto ai versetti precedenti, nei quali si muoveva sui toni di una certa complicità comunicativa dal sapore ironico.

Gesù dapprima si sintonizza sulla linea d’onda dell’apprezzamento da parte della gente di Giovanni il Battista, ma poi passa a far notare come, alla fine, non avevano seguito i suoi richiami alla conversione.

Ora l’accento delle sue parole è palesemente severo e accusatorio.

Gesù ce l’ha con «questa generazione»: si tratta proprio dei suoi contemporanei, quelli che hanno l’occasione di vivere «l’epoca di Gesù e di Giovanni». Costoro hanno la responsabilità di non riconoscere nel Battista l’Elia redivivo, cioè colui che avrebbe anticipato il tempo messianico.

Non solo rifiutano il Precursore, ma anche Gesù stesso. Tanto l’uno quanto l’altro, con ragioni differenti ma con modalità simili, fatte di comportamenti riottosi e permalosi, come quelli di monelli capricciosi che giocano tra loro.

Il paragone con i giochi dei ragazzini ha un evidente e immediato messaggio: non si tratta di “chi” annuncia e nemmeno di “cosa”, per quella generazione il problema è la mancanza di ogni volontà di conversione. La critica è forte: dà loro dei bambini capricciosi.

Il rifiuto a Gesù ha però particolare rilievo, ovviamente. I termini dalla forte connotazione negativa che gli vengono rivolti – mangione e beone – sono il segno del disgusto con cui viene respinta la sua missione di misericordia rivolta a pubblicani e peccatori.

La gravità è ben sottolineata da come il rifiuto viene descritto: Israele ha di fronte il «Figlio dell’uomo» ma lo scambia per un ubriacone dedito a banchetti luculliani.

Bisogna fare attenzione a non giudicare con troppa facilità la resistenza dei contemporanei di Gesù. Il modo con cui sottolineano le sue discutibili frequentazioni e le sue abitudini “festaiole” ci fa intuire che dovevano essere una reale occasione di scandalo.

Senza voler cercare alibi o giustificazioni, va detto che all’interno del contesto in cui vivevano, lo stile di Gesù non poteva ai loro occhi sposarsi con uno stile “divino”, che invece richiedeva distacco dall’impuro, severità col peccatore, rigore nel comportamento.

Eppure le condizioni del riconoscimento c’erano tutte. Nelle opere di guarigione e nell’annuncio evangelico si era manifestata visibilmente l’opera salvifica di Dio. Nel giudaismo la Sapienza, considerata come soggetto vero e proprio, è espressione del dominio benevolo di Dio, che crea il mondo, guida la storia, salva gli uomini.

Dunque nell’agire di Gesù si vede e si toccano le opere della Sapienza stessa di Dio. Mt non è certo interessato a discutere delle implicazioni cristologiche della sua affermazione, piuttosto intende caricare il rifiuto di quella generazione del reale peso: le parole e le opere di Cristo sono Sapienza di Dio in atto e Israele la rigetta.



«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! E tu Cafarnao» – Mt 11, 20-24

Il rimprovero di Gesù si focalizza con precisione, passando dall’orizzonte dell’intera generazione a quello di alcune città particolari.

Il cuore della questione è ancora il rifiuto e l’elemento che fa da gancio con il passaggio precedente è di nuovo il tema delle «opere potenti», i segni compiuti perché fosse tangibile la prossimità del Regno.

Bisogna però tenere presenti due considerazioni: i cinque versetti richiamano diversi elementi presenti nei capitoli precedenti, in particolare modo nei brani in cui viene messa a tema la missione di Gesù – e dei discepoli – nei confronti di Israele, sviluppata fino a quel momento solo in Galilea; inoltre il tema del giudizio è trattato in modo molto duro, quasi spietato verrebbe da dire.

Si ha la sensazione, così, che ci si trovi a un punto di svolta. Quasi che, tracciato un primo bilancio del suo ministero, Gesù si trovi di fronte alla necessità di dare un cambio di indirizzo, di compiere una scelta strategica che lo conduca in una direzione differente.

L’esito del lavoro in Galilea non è infatti stato felice e il giudizio che incombe sulle città di quella regione è terribile.

La ragione del giudizio, o meglio, il giudizio in quanto tale è molto chiaro: le città della Galilea non si sono lasciate mettere in discussione dalla forza profetica dei gesti e delle parole di Gesù. La loro decisione costituisce il giudizio sulla loro esistenza e sul loro destino.

Le parole di Gesù mettono certamente a disagio perché sembrano difficilmente conciliabili con il suo annuncio di misericordia. In realtà ne sono anch’essa piena manifestazione perché il Regno di Dio è una chiamata alla salvezza che domanda – come abbiamo avuto occasione di mostrare nel discorso della montagna – il pieno esercizio della libertà della persona. La messa in gioco da parte dell’uomo è determinante al punto da costituire essa stessa il giudizio!

Non si tratta di un giudizio da parte di Dio e nemmeno da parte di Gesù, sono le scelte dei cittadini di quei villaggi ad avere tracciato un giudizio su se stessi.

Dio non giudica alcuno, offre il Regno gratuitamente e Gesù se ne fa portavoce: nella risposta di chi ascolta l’appello di Dio si concretizza il giudizio. La Sua parola, però, è sempre una parola di offerta di salvezza.

L’incontro con il Regno non è senza conseguenze, per nessuno, mai. In un modo o nell’altro segna un punto di non ritorno che costituisce un criterio di giudizio sulla vita di una persona.

Ciò non significa attribuire a Dio un volto impietoso, inflessibile e permaloso, pronto a farla pagare a chi non ha accolto l’annuncio; piuttosto cogliere tutta la serietà del messaggio e la responsabilità insita nella nostra libertà.

Questo annuncio dà alla nostra esistenza uno spessore straordinario e la colloca letteralmente a un’altezza divina. A questa qualità assoluta dobbiamo tornare quando la vita ci mette alla prova e ne smarriamo il senso profondo.

Occorre sempre riscoprire che la mia libertà, intelligenza, volontà sono il luogo in cui scorre il Regno e prende forma la volontà di Dio sulla storia.

Nel momento in cui Gesù sembra trovarsi nel vicolo cieco del rifiuto di Israele, ecco aprirsi improvvisamente uno squarcio su quali sono i sentieri che il Regno sta percorrendo nel suo realizzarsi.



«Ti rendo lode, Padre» – Mt 11, 25-27

La lode di questi versetti va interpretata come preghiera di Gesù. Utilizza lo stile del linguaggio giudaico della preghiera («Dio del cielo» «Signore del cielo e della terra»…) ma lo caratterizza con il modo che preferisce per rivolgersi a Dio: «Padre». Il richiamo al Padre nostro è evidente e ne dobbiamo avvertire tutta la forza.

Nei due versetti ascoltiamo Gesù volgersi a Dio riconoscendone la paternità e la benevolenza. C’è, in questa preghiera, l’affermazione piena dell’assoluta sovranità di Dio sulla storia, una sovranità dal carattere amorevole e paterno.

Al tempo stesso c’è la rivelazione, da parte di Gesù, di se stesso come totalmente proteso e rivolto al Padre inteso come unico centro della sua esistenza, della storia, della salvezza dell’uomo.

È il messaggio del Padre nostro, posto al centro del discorso della montagna, che risuona di nuovo con forza.

Il motivo dell’esultanza di Gesù va bene inteso. Egli non gode del fatto che ai sapienti sono inaccessibili i misteri del Regno, piuttosto che a fronte di un’ostinata chiusura esiste una via aperta nella quale la paterna sovranità di Dio è accolta.

I sapienti vanno identificati con l’aristocrazia religiosa di Israele, quell’élite che aveva la pretesa di comprendere e possedere le chiavi dei misteri di Dio; i piccoli sono da intendersi letteralmente come degli «ignoranti, immaturi, sempliciotti».

Non si tratta dell’ammissione di una sconfitta (Dio ha fallito coi sapienti), ma l’annuncio di una vittoria: il Regno è rivelato a coloro che, apparentemente, avrebbero meno possibilità, capacità, opportunità per comprenderlo. Non c’è sapiente che non possa accedere al Regno qualora si faccia semplice e piccolo.

Il Regno non è appalto di una cerchia ristretta di persone che possono accedervi in virtù delle loro capacità interpretative, anzi, qualora si tenti di circoscriverne il raggio d’azione, esso si sottrae e diviene indisponibile proprio a coloro che tentano di impadronirsene.

Non c’è alcun sapiente che possegga il Regno. C’è solo una via che Mt indica senza possibilità di fraintendimenti: il «Dio con noi», Gesù che vive nel Padre e del Padre.

La questione circa il volto di Dio va posta a Gesù, non ai sapienti. E, allo stesso tempo, se non ci si rivolge a Gesù ponendo la questione su Dio si finisce col perdere la ricchezza della sua figura.

A chi pone a Gesù la domanda del Regno con spirito di piccolezza, mitezza e umiltà di cuore viene offerto gratuitamente l’accesso ai misteri del Regno. Non si tratta – è bene chiarirlo una volta per tutte – di guadagnarsi con il merito il biglietto di ingresso al Regno, esso non è dei vincenti e dei riusciti, bensì di tutti coloro che chiedono, da poveri, la grazia di riceverlo.



«Venite a me» – Mt 11, 28-30

A Gesù bisogna volgersi, perché in Lui vediamo il realizzarsi del Regno, l’accadere della paternità di Dio in un’esistenza umana. E lo vediamo perché, scegliendo la via dell’obbedienza, Gesù fa spazio al compiersi della volontà amorosa del Padre.

Nei testi della tradizione sapienziali troviamo di frequente il motivo del rivolgersi, da parte della Sapienza, a coloro che sono incolti e che ambiscono ad essa affaticandosi (= cercando una vita di obbedienza e giustizia).

Inoltre il giogo, quando lo si impiega in senso religioso, fa riferimento al «giogo della Sapienza», da intendersi come sottomissione alla Legge. A questa pratica della Sapienza/Legge spesso viene associata un’esperienza di soddisfazione e gioia, di libertà e gratificazione.

Qui invece della Sapienza è Gesù che chiama. Centrale, però, non è tanto l’identificazione tra i due, quanto, piuttosto, la qualificazione di Gesù come «mite e umile di cuore».

La sua chiamata si caratterizza per questa mitezza e questa umiltà. Gesù stesso è uno dei piccoli che si rivolge al Padre domandando che si compia la Sua volontà, che chiede come possa accadere e come servirla in modo pieno.

Ancora Gesù si rivolge a tutto l’Israele che si trova affaticato dal modo in cui scribi e farisei lo hanno caricato della Legge e della necessità di osservarla. Gesù non chiama a trasgredire la Legge, tutt’altro, ma il suo modo di chiamare all’obbedienza costituisce un sollievo piuttosto che un’occasione di fatica.

Cosa fa la differenza tra Lui e i maestri della Legge? L’espressione «mite e umile di cuore» richiama i «poveri di Jahvè» dell’AT – quelli che Dio elegge perché piccoli – e allude a un atteggiamento interiore di abbassamento, tipico di chi si mette in secondo piano per il bene dell’altro.

Mt, indicando Gesù come esemplare, lo indica come colui che incarna la volontà del Padre e dunque compie perfettamente la Legge. La sua mitezza e umiltà sono quelle di Dio.

Gesù vive ciò che insegna, mentre scribi e farisei non vivono mitezza e umiltà, bensì cercano i primi posti e i titoli d’onore. La chiamata di Gesù è dunque un appello a percorrere insieme a Lui la via dell’ubbidienza al Padre. La sua strada di umiltà, mitezza, affidamento, bassezza e accettazione della tentazione è quella di ogni discepolo.

Per questo camminare con Lui in affidamento al Padre è riposante.

 
 

About the author

Originario di Lecco dove nasce nel 1972. Prete della Diocesi di Milano dal 2005. Attualmente Rettore del Collegio Arcivescovile A. Volta di Lecco.

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