Il Vangelo del Regno: «Le parabole del Regno» (Mt 13, 31-33.44-46)

Lectio su Mt 13, 31-33.44-46 proposta a un gruppo di giovani coppie di Lecco. È la quinta di un ciclo sul Vangelo di Mt dal titolo «Il Vangelo del Regno». Le prime quattro lectio del percorso si possono trovare a questi link: «Scontenti e incontinenti» – Le Beatitudini | Il Vangelo del Regno: «Sono venuto per i peccatori» (Mt 9, 1-13) | Il Vangelo del Regno: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino» (Mt 9, 36 – 10, 15) | Il Vangelo del Regno: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi» (Mt 11, 16–30)



Espose loro un’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami “.

Disse loro un’altra parabola: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”.

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.


Ascolta il commento:


Un po’ di contesto

Dopo il Discorso della Montagna, i miracoli di guarigione e l’invio in missione dei discepoli, Mt ci dà conto del rifiuto che Gesù e la predicazione della prossimità del Regno dei Cieli stanno incontrando.

Lo fa mostrando, con una serie di episodi, come all’interno del popolo emergano differenze a fronte della stessa Parola, comunque annunciata a tutti indistintamente: il rimprovero alla sua generazione giudicata capricciosa e dura di cuore, la scossa data ai villaggi attorno al lago, i contrasti con scribi e farisei vedono da parte di Gesù l’ostinato insegnamento del Vangelo del Regno, insieme alla dichiarazione che l’accesso alla sua comprensione è solo dono del Padre e che solo coloro che sono piccoli possono fruirne.

Gesù, ora, non insegna ma «parla in parabole» e il motivo è esattamente questa situazione di molteplicità di reazioni dentro al popolo. L’uso delle parabole – per le quali è necessaria una decodifica simbolica – è la dichiarazione plastica dell’incapacità di comprendere e, insieme, della necessità di mettersi in gioco per capire.

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. (Mt 13, 10-13)

È il tema dell’indurimento di Israele. Per Mt la cecità e sordità di Israele sono un dato assodato e non dipendono certo dalle parabole di Gesù. Essi non capiscono «le parole del Regno» per il fatto che sono sordi e ciechi, non certo viceversa.

il discorso in parabole è la risposta di Gesù a tale situazione di fatto. Oppure si potrebbe anche dire così: il discorso in parabole condensa narrativamente il rifiuto di Israele; la spiegazione in privato ai discepoli sottolinea la loro apertura, anche se imperfetta e parziale.

Si tratta di un gesto dal carattere profetico con il quale Gesù dichiara un’incomunicabilità con Israele: «Voi non volete vedere e sentire». Se volessero, potrebbero, come capita ai dodici che possono godere di particolari approfondimenti.

Va osservato che, sorprendentemente, le parabole non paiono in grado da sole di rimuovere la durezza del popolo, ribadendo ancora la necessità del contributo della libertà personale. In questo modo segnano il confine tra chi capisce e chi no, tra chi si decide e chi no.

La parabola dei terreni che precede immediatamente le parabole del Regno, va compresa dentro questo contesto di contrasto tra l’accoglienza che i discepoli riservano alla parola di Gesù e la resistenza del popolo.

A questi ultimi viene ricordato di non dare per scontata la loro capacità di ascolto con una sorta di «parabola sulle parabole», cioè sul modo in cui accogliere la predicazione di Gesù, qual è la il racconto dei terreni.

Il riferimento ai frutti, costante in quella parabola, ci lascia intendere che non si tratta di un’intelligenza esclusivamente razionale, bensì di carattere pratico: ascoltare, capire, fare sono una cosa sola. Entra nel Regno solo chi unisce la comprensione all’ubbidienza e alla prassi.

Esattamente ciò che non fa il popolo.

Questi ultimi, però, devono riferire la parabola a se stessi e giungere così alla comprensione: nell’interrogarsi circa i propri frutti e agire poi di conseguenza consiste la vera comprensione del senso del racconto dei terreni.

In questo contesto di accoglienza-rifiuto pratico del Vangelo del Regno si collocano le parabole che commentiamo e che contengono degli elementi utili a comprendere come avviene il Regno e quale sia l’effettivo rapporto tra il nostro agire e il suo accadere.

In particolare, mettono in guardia dal pericolo di pensare che il compimento del Regno dipenda esclusivamente dalla nostra capacità di dare frutto, dalle dimostrazioni di potenza, dalle affermazioni sugli avversari e dunque che sia la Chiesa – se non addirittura l’agire del singolo – il tutto del Regno.



Il granello di senapa.

Uno degli elementi che più facilmente saltano all’occhio nella parabola del seme è l’assoluta marginalità del contributo umano. Il seme è gettato da un uomo ma il focus del racconto non affatto su di lui.

Lo sarebbe stato se fosse stato descritto con attenzione il lavoro di aratura, di cura del terreno, di difesa della pianta dai parassiti. Non c’è nulla di tutto ciò e non è un caso.

Viene scelta una pianta da orto, utilizzata per condire le pietanze e per nutrire gli uccelli. Una pianta i cui semi mai vengono citati nel patrimonio scritturistico, né nella versione ebraica né in quella greca dei LXX. L’uso da parte di Gesù è totalmente innovativo.

L’immagine degli uccelli che vengono a nidificare invece è biblicamente attestata come richiamo ad un re che raccoglie attorno a sé una molteplicità di popoli. Evidente risulta il parallelo con il Regno che chiama la moltitudine delle genti.

Il tema della parabola non è il contrasto tra ciò che è grande e ciò che è piccolo, né il processo di crescita che porta dal seme alla grande pianta. Piuttosto il racconto converge rapidamente sul finale in cui si descrive l’esito della semina e della crescita: il Regno di Dio arriverà, rapidamente, in modo imprevedibile e certo, trasformando il mondo.

È dunque una parabola che annuncia l’ineluttabilità del Regno e che invita ad una speranza temeraria, quasi utopica, nell’agire trasformante di Dio.

È anche una parabola sulla capacità di distacco dei discepoli da ciò che sanno e possono realizzare. Il Regno non dipende solo dalle loro opere, dice loro Gesù.

Perciò devono essere umili e miti, ricordandosi, ogniqualvolta dovesse venire la tentazione del: «Devo fare di più», che il Regno non sarà messo in pericolo dai loro limiti e che nemmeno coincide con il banale superamento delle loro inadeguatezze.

A ciò si aggiunge l’assenza, già notata, del contributo umano che evidenzia come il compimento del Regno sia una prerogativa divina e dalle caratteristiche assolutamente altre rispetto a quelle umane.

Il Regno passa per la testa, il cuore, le mani degli uomini ma guai a pensare che dipende esclusivamente da essi o che si esaurisca solo nelle loro azioni!

Inoltre il granello di senape e l’arbusto appaiono come radicalmente alternativi a quegli alberi che, nel mondo biblico, potevano rappresentare il Regno per bellezza, forza e maestosità. Cos’è un granello di senapa a confronto di un cedro del Libano?

La parabola del seme pone, dunque, l’accento sulla mancata corrispondenza tra le attese trionfalistiche di Israele e il modo in cui il Regno di Dio invece si manifesta.

C’è evidente un ribaltamento di logiche e la dichiarazione che la realizzazione piena del Regno avviene in maniera imprevedibile, sorprendente e inatteso. Un modo che sovverte gli ordini costituiti e le logiche umane.

Se si vuole cogliere il Regno all’opera, lo sguardo non deve andare a cercare i grandi segni. Se si vuole collaborare ad edificarlo non ci si deve concentrare sull’eccezionalità. Se ci si impegna ad accoglierlo si deve credere che si compirà ben oltre quel poco che sappiamo e possiamo fare.

La speranza del Regno è dunque l’attesa di un compimento che non sarà mai coincidente con la semplice proiezione dei nostri desideri o con la realizzazione dei nostri progetti. «Venga il tuo Regno» è la dichiarazione di disponibilità ad accogliere uno stravolgimento di vedute.



Il lievito e la pasta.

La parabola del lievito pone invece l’accento sul nascondimento del Regno e sulla forza vitalizzante del Suo processo di crescita.

Sono forzatamente escluse dalla narrazione la fase dell’impasto e tutta la preparazione che precede la lavorazione vera e propria. Non occorre, infatti, che si parli dell’impastare: ciò a cui si dà avvia inserendo il lievito nella pasta si concluderà inevitabilmente.

In questo modo l’accento viene posto con forza sul tempo dell’attesa che lo sviluppo del processo di lievitazione comporta, il cui termine peraltro non è dato a sapere.

Sorprendente è l’uso del lievito da parte di Gesù perché era immagine ambivalente e in genere nei Vangeli è connotato negativamente, come elemento contaminante. Ma qui al centro c’è la forza contagiosa e la potenza trasformante tipica della pasta madre.

L’impasto senza lievito rappresenta dunque l’esistente che non contiene in sé e da sé un principio di sviluppo, di crescita, di evoluzione. Il lievito è un elemento “sovversivo”, che introduce nell’esistente un cambiamento rivoluzionario ed totalmente estrinseco a ciò che fa sviluppare.

L’impasto è dunque giudicato insufficiente a se stesso, ha bisogno di altro per potere crescere. Il contrasto tra la farina che è ferma e il lievito che è vivo e sa movimentare tutta la pasta è il cuore della parabola.

Il gesto della donna è decritto come un «nascondere». La presenza del Regno ha la forma del nascondimento e della contaminazione con il resto dell’impasto, fino a non distinguersi più. Una volta avviato il processo non è possibile distinguere più il lievito dalla farina e nemmeno è più possibile separarli.

Il Regno di Dio appare come una forza inserita nelle pieghe della storia e nelle maglie dell’ordinario svolgersi delle vicende umane, così profondamente immischiato con esse da non essere distinguibile, se non per gli effetti che porta. Di vita, di crescita, di sviluppo, di superamento.


Due parabole, queste, che ci ricordano che il Regno dei cieli non coincide con la Chiesa.

Al massimo la Chiesa ha a che fare con il processo di crescita e lievitazione nel suo essere «sale e luce», compiendo quelle opere del Regno – la giustizia dell’Amore paterno del Padre – che lo annunciano, lo rivelano e che costituiscono la sostanza della fede nel Regno.

Al più la comunità cristiana potrà “rivedersi” nella piccolezza del seme o nel nascondimento del lievito ma non può né deve pensarsi in toni trionfali come la realizzazione e la presenza del Regno.

Inoltre ci richiamano qual è l’orizzonte di riferimento della Chiesa – la moltitudine – e quale debba essere il suo stile, collaborando al Regno: nascondimento, compromissione, piccolezza e contaminazione.



Il tesoro e la perla.

Una seconda coppia di parabole più sul versante personale della fede che su quello comunitario.

«Il Regno dei cieli è simile a..»: nel caso del tesoro, si tratta di una frase unica. Perciò l’equivalenza non è regno=tesoro, piuttosto il Regno è identificato da tutta la dinamica di azioni al centro del racconto, codificata dalla sequenza: trovare – vendere tutto – acquistare.

Lo conferma il fatto che la scoperta del tesoro è declinata al passato, mentre le attività del protagonista sono al presente, il che significa che l’accento del racconto cade sull’attività della persona.

Anche nel caso della parabola della perla, la preparazione del fatto è al passato, però lo è anche l’agire del mercante. Ciò che conferma il fatto che al centro sta la dinamica sopra descritta è il fatto che la correlazione grammaticale tra Regno e suo termine di paragone è fatta con il mercante.

Dunque è evidente che il centro delle due parabole è il comportamento dei due uomini coinvolti. Il tesoro e la perla sono il presupposto, il movente, la ragione dell’agire dei protagonisti.

Su questo ci dobbiamo fermare anzitutto per sviluppare una riflessione. Non è troppo produttivo mettersi a indagare attorno ai dettagli delle due parabole.

Domande circa l’identità dei due uomini, la plausibilità delle circostanze, la correttezza di comportamento rispetto alla Legge del primo, la verosimiglianza di un modo di fare affari quale quello del secondo, quale avrebbe potuto essere il futuro dei due uomini… anzichè aiutare l’interpretazione del testo, rischiano di sviarla.

Piuttosto è opportuno soffermarci a contemplare proprio l’agire dei due uomini, nel suo apparire come sconsiderato, estremamente rischioso, impulsivo e privo di ogni buon senso.

Potremmo sintetizzare così: il Regno dei cieli “avviene come” un uomo che cerca/trova – dà via tutto quel che ha – acquista.

Quali riflessioni possiamo trarre?

1. Il Regno dei cieli è un processo che chiama direttamente in causa la libertà delle persone. Non accade se non rispettando, stimolando, vivificando la nostra libertà (pensare, comprendere, volere, scegliere, agire…).

Anzi si potrebbe dire che proprio dentro il processo con cui uno sceglie radicalmente il Vangelo è all’opera il Regno. Non è qualcosa che si raggiunge al termine del cammino di ricerca-ritrovamento-vendita-acquisto bensì quel cammino è già Regno operante.

2. Il Regno è una grazia più che un premio. Entrambe le parabole lo lasciano intendere, la prima in modo palese, la seconda in modo indiretto. Non è il premio della laboriosità.

3. Il Regno, pur nella libertà, afferra l’uomo per la bellezza e ricchezza che porta in sé: i due uomini sono sequestrati e acquistati; pur apparendo come soggetti, sembrano essere piuttosto l’oggetto della forza del Regno.

È in virtù di tale forza coinvolgente che la radicalità delle scelte è plausibile e sostenibile.

4. Il Regno è qualcosa di cui, se ce ne si occupa, si può viverne senza bisogno di altro, riempie la vita in modo gioioso.

5. Il Regno chiede una totalità di consegna che non sia solo di principio ma assolutamente concreta, pratica e materiale. È un aspetto che si trascura procedendo di frequente a una spiritualizzazione della necessità del distacco.

Invece il tema della distanza dalle ricchezze e della disponibilità a una vita sobria da parte del discepolo è centrale in Matteo e non va assolutamente liquidato con facilità.

6. Il Regno poi lascia liberi anche dopo averlo scelto. Chi Lo trova, chi decide di scegliere il Vangelo consegnando ad esso tutta l’esistenza, non si trova incatenato e ingabbiato in un percorso forzato.

Il Vangelo non ha l’obiettivo di normare la vita dei discepoli del Regno, bensì di orientarla verso la sua pienezza. Il modo è in mano al discepolo.

About the author

Originario di Lecco dove nasce nel 1972. Prete della Diocesi di Milano dal 2005. Attualmente Rettore del Collegio Arcivescovile A. Volta di Lecco.

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