Quando il problema nella Chiesa è chi decide di stare in cammino.
cammino

La prima conversione è sgranchirsi le gambe.

Lui ha scelto di essere in cammino.

Ha annunciato la Paternità buona di Dio – si dice: “il Regno di Dio” – mettendosi in strada e restando stabilmente in viaggio.

Ha usato, per descriverla, immagini dinamiche, di crescita, di sviluppo, raccontandola come qualcosa che viene, cresce, smuove, cerca, coinvolge, raccoglie, provoca, fa evolvere.

Ha parlato dello Spirito che Lo possedeva come di un vento che viene e che va. E ha detto che così sarebbe diventato chiunque l’avesse accolto in dono.

Andare. Venire. Passare. Crescere. Cambiare.

Il primo strumento di evangelizzazione sono i piedi e la strada. Metaforici e non.

 


 

Eppure, nella mia Chiesa, nessuno è guardato con così tanto sospetto come chi decide di mettersi in cammino.

D’altronde, il verbo del «radicarsi» è stato predicato quasi più del Verbo stesso.

Per carità, tanti si agitano e praticano dell’ottimo «moto pastorale».

Spesso, però, al modo di chi sbatte le braccia in acqua facendo un gran baccano, sollevando un mare di schizzi ma senza avanzare di un millimetro.

Pochi, invece, si muovono prendendo una direzione. E, come Lui, finiscono quasi sempre per pagarne il prezzo.

«Ehi tu, dove credi di andare? Chi ti credi di essere? Non vorrai lasciare tutto quel che abbiamo costruito?»

Nessuna sorpresa, d’altronde. A sentire il Vangelo, il Regno, alla fine, viene proprio così.

E se davvero lo si vuole accogliere quel Regno, ad essere sradicati, prima o poi, ci si deve rassegnare.

Conviene giocare d’anticipo, gustandoselo, almeno un po’.

About the author

Originario di Lecco dove nasce nel 1972. Prete della Diocesi di Milano dal 2005. Attualmente Rettore del Collegio Arcivescovile A. Volta di Lecco.

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