Di Domenica

Riflessioni a partire dai brani della Scrittura delle Domeniche o delle Feste della liturgia ambrosiana.

Una questione d’amore

Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua

Appare ad alcuni, facendone una questione d’amore. Sono quelli che l’hanno amato da vicino e che ha amato a Sua volta.
L’incontro con il Risorto passa per la via di un’intimità misteriosa ma reale da accogliere, e da costruire con Lui.
Così, per quanto apparso ad alcuni, è il Risorto di tutti ed è risorto per tutti.

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Non far l’asino!

In effetti «Domenica del Somaro» suonava decisamente male.
Forse però avrebbe messo meglio a fuoco la questione.

Commento laterale alla Domenica delle Palme. Portare con sé un minimo di ironia.

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I will survive

Non c’è speranza.

Per nessuno. Lei, Lui, tutti loro.
Il gelo della morte li avvolge in un’impasse che ha i contorni di una tomba. In un modo o nell’altro lei è finita, lui è stroncato, loro hanno un piede nella fossa.

Ma Lui si rialza.

Pensieri sul Vangelo della Penultima domenica dopo l’Epifania.

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Né sopravvissuti, né sopravviventi.

La conversione comincia quando ci si innamora perdutamente del Padre della Vita e del Volto di Lui che splende luminoso in quello di Cristo.

Quando ci si appassiona al fiume di Vita che esce da Lui tuffandovisi e bevendo a piene mani, divenendone servi umili, miti e forti. Quando ci si abbandona sereni alla corrente del Suo inesauribile donare la Vita, consapevoli che Lui ne è e ne sarà la sorgente, il custode, il garante.

La conversione comincia quando si vede e si crede alla Pasqua di Cristo.

Perché i cristiani non sono chiamati a vivere come sopravvissuti o sopravviventi, ma come coloro che sanno il Padre e sanno di vivere, oggi e per sempre.

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Anche Dio soffre di claustrofobia.

Chi crede alla Pasqua, quando vede finire qualcosa, si alza in piedi fiducioso ed entusiasta per cogliere immediatamente ciò che Dio sta per realizzare di nuovo e di mai visto proprio dentro ciò che sembra finire.

Perché, chi ha visto il Risorto si lancia nella storia senza paura e con determinazione, alla caccia del Regno che cresce e della Vita che si afferma contro ogni logica di morte e se ne fa alleato e collaboratore, carico della speranza che viene da Colui che sempre dà la vita senza misura.

Quando un tempo sembra chiuso, il Dio della Vita si sta facendo largo.

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Anticlericali convinti.

Ogni volta che si parzializza la fede rispetto al resto dell’esistenza.

Ogni volta che si fa a pezzi il Vangelo, prendendone solo qualche elemento utile al mio benessere, alla mia battaglia politica, alla mia autorevolezza.

Ogni volta che si spacca l’umanità tra «santi per diritto» e «dannati di risulta».

Ogni volta, soprattutto, che ci si auto-assegna la patente di credenti autentici, tagliando via come inutile cascame chi non ci somiglia, si prende la deriva del clericalismo, laico o di sacrestia che sia.

E si fa un passo più lontano da Gesù Cristo, quell’anticlericale.

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Mio fratello Zaccheo

È forse più facile credere nell’esistenza e nella bontà del Dio invisibile che nella bellezza dell’uomo visibile.

Il Vangelo, però, certo che invita a credere in Lui come Padre, ma ricordandoci che non c’è altro modo reale, serio e radicale che il credere nella bellezza e bontà del fratello, giocando in lui la fiducia che Cristo ha giocato, vedendo in lui la dignità della figliolanza, sporgendosi con rispetto sull’abisso della sua libertà, essendo per lui quel «Tu» che paga per il suo riscatto e la sua liberazione.

Un commento al Vangelo di Zaccheo

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Ti lascerai amare dal Signore Dio tuo.

«Seguimi» si sente dire Pietro. «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi» ancora si sente ribadire, come uno che ancora non ha digerito il concetto e deve maturare un’abitudine che non gli appartiene.

Non c’è altro che debba abitare il cuore di Pietro che non sia quella relazione, non c’è altro spazio in cui Pietro debba rimanere se non quell’amore. Nessun ruolo, nessun fare, nessuna funzione. Solo una totalizzante e radicale relazione. «Mi ami?» (Gv 21, 15)

Fuori da quella “dimora”, nessun fare ha valore e nessun ruolo ha spessore.

Commento al Vangelo della Festa di San Giovanni Evangelista.

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Giovanni il Battista, deserti e giubilei.

Quando immagino la «Chiesa in uscita», secondo la bella espressione di Papa Francesco, prima ancora che all’andare incontro all’altro, mi viene da pensare immediatamente a un radicale riposizionamento fuori di sé, dentro l’orizzonte ampio dell’agire di Dio in questo oggi, in questa storia.

La «Chiesa in uscita» non è quella che semplicemente ammoderna le iniziative, che dà una lucidata al linguaggio vetusto, che smolla qualche articolazione anchilosata per procedere verso le cosiddette “periferie esistenziali”.

È quella che, sollevando lo sguardo da se stessa, più radicalmente va in cerca dello Sposo, sapendolo presente, vivo e operante, chino sull’umanità Sua sposa che attende le Sue attenzioni. Ed esulta, stupita e commossa, quando ne vede e ne ascolta la Voce e la Presenza, facendosi anzitutto così testimone del Regno, libera e disinteressata perfino del proprio destino.

Un commento al Vangelo della Quinta Domenica d’Avvento.

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Non c′è odio che tenga.

Nei versi del grande discorso di Giovanni risplende il volto di un Dio estremista nella Sua intenzione di salvezza e nella Sua disponibilità all’accoglienza. La Comunione trinitaria del Padre con il Figlio nello Spirito si manifesta nelle parole e opere del Figlio come un Amore radicalmente ed estremamente inclusivo.

In nessuna delle parole di Gesù, infatti, emerge la volontà di emarginare, condannare, allontanare definitivamente qualcuno dalla Sua presenza, neppure verso il peggiore dei Suoi nemici. Piuttosto la volontà di scuotere e richiamare chi si fosse troppo distanziato lungo una strada opposta a quella dell’Amore di Dio.

Il Dio della Comunione trinitaria è il Dio dell’Amore inclusivo, comunque, verso chiunque.

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